GIORNO #18

Il giorno 18 inizia nove minuti dopo la mezzanotte, quando mi viene comunicato che l’indomani la mia giornata lavorativa consterà di svariate ore in più perché dovrò partecipare attivamente alle attività di PR dell’Evento Più Importante dell’Anno (quale onore, quale giubilo) e che, udite udite, il pranzo mi sarà gentilmente offerto. Chiaramente mi stavo già mangiando le mani all’idea, specie considerando il grande rispetto degli orari in giornate normali, figuriamoci in quelle a ridosso di manifestazioni di questo tipo. Intendiamoci, capire i meccanismi che tengono in piedi il grande circo degli eventi mi sta a cuore ma la mia cena alla Sagra della Lumaca molto di più. Tantopiù che non sono brava a fare le feste, nonostante ci sia stato chi mi ha paragonato a Dino dei Flintstones per le mie calorose accoglienze nei confronti degli amici. Amici, appunto, non clienti o volti noti o presunti tali.

Come al solito sbrigo le mie vere mansioni all’ultimo minuto prima del pranzo di lavoro, con un piede fuori dalla porta e la mano allungata sulla scrivania determinata a non mollare il mouse prima di aver premuto il tasto “pubblica” su Facebook; nel resto del tempo faccio finalmente cose da ragazzina in prova: stampo e fascicolo documenti. Inutile dire che nel bel mezzo la carta è finita ed io non sono stata capace di ritrovare il cassettino da cui ricaricarla, con tutti gli sguardi di gelida commiserazione che ne conseguono da parte dei senior qualsiasi cosa.

A pranzo è tutto un bla bla bla su come fare questo ed organizzare quello in cui non sono minimamente coinvolta, perciò stacco la mente e assumo un’espressione tipo Gioconda mentre centellino la mia caprese (una cosa che è indecente considerare pranzo) scofanandomi tre pezzi di focaccia per non andare in calo glicemico mezz’ora dopo.

Una panna cotta ed un caffè dopo sono al sopralluogo della location per la cena a buffet dei vips collegati all’evento – in questo lasso di tempo non ho ancora capito perché la mia presenza fosse necessaria -, segue un ping pong tra i vari uffici comunali per capire dove si terrà l’incontro che io dovrò immortalare e documentare sulla pagina dell’evento (ecco, dunque, la mia missione!) ed infine una decina di minuti di attesa fuori dal luogo X durante i quali la para-capa decide di intavolare con me una riflessione esistenzialista ispirata dai ritratti di personalità religiose vissute qualche secolo prima di noi appesi nell’atrio.

Mi spiega come, in momenti di contemplazione come quello in cui ci troviamo, lei abbia una vera e propria epifania circa la nostra effimera importanza rispetto alla storia umana, di come noi possiamo essere paragonabili a delle caccole nell’universo; che la cosa, nel momento stesso in cui la realizza, non le piace neanche un po’. Io la butto sul filobuddhismo tirando in ballo il detto “se c’è soluzione perché preoccuparsi? se non c’è soluzione cosa ti preoccupi a fare? (o roba simile) e ribatto che, se c’è una cosa che ho ben chiara da diverso tempo, quella è certamente la mia natura di caccola universale, non ci sono dubbi.

Proprio sul più bello di questo magnifico scambio arrivano i Veri Protagonisti dell’Evento, mi cimento in qualche stretta di mano ferma ma cordiale e mi presento per nome, tanto se dopo 5 minuti se lo ricordano ancora è già grasso che cola, figuriamoci buttare là il cognome.

Ben presto mi rendo conto che l’illuminazione è pessima e che per scattare foto decenti dovrò aspettare la fine dell’incontro, quindi nel frattempo ascolto con attenzione le considerazioni del Personaggio Più Famoso (un tipo famoso davvero, con una folta barba e che si occupa di musica) che, non capisco come mai, mi guarda spesso e volentieri propinandomi espressioni complici che non riesco a decifrare.

Fine dell’incontro, foto di rito: il Personaggio Più Famoso snobba il fotografo ufficiale e guarda dritto verso il mio obiettivo; la para-capa fa altrettanto ma da lei me lo aspettavo anche. Ennesima puntata in un bar centralissimo, di quelli che poi non ti puoi offendere se ti riconoscono tutti e rompono i maroni perché vogliono fare foto con te; io dribblo questi pensieri e mi preoccupo piuttosto di non bere il secondo caffè della giornata per non passare tutta la notte in bianco.

Sopralluogo alla location vera e propria dell’evento e di nuovo in ufficio, a fare non si sa bene che cosa perché da scema non mi sono portata il cavo della fotocamera e dovrò quindi (strano!) lavorare ancora un po’ da casa. Rincaso, carico alcune immagini, creo l’album e un cialtrone pensa bene di fare nei commenti il gioco delle somiglianze con i soggetti immortalati. Nascondo tutto di malavoglia sperando che non si tratti di un troll particolarmente vendicativo e mi dirigo verso la suddetta sagra.

Non faccio in tempo a cenare che già il telefono notifica messaggi: il giorno seguente levataccia per l’allestimento della location, con durata a oltranza. Dopotutto non sono tenuta a presenziare la sera ma a sgobbare fino a sera, beh, quello quasi non è da chiedere. Ma che si fa poi, via, è solo che da testona non mi piace quando le cose iniziano a prendere una piega del genere, gli accordi orari vanno a farsi benedire e io divento disturbabile a qualsiasi ora. Da notare la frase odierna “Serena ancora non sa se si fermerà qui a lavorare con noi” che a mio parere può sembrare tranquillamente una bella presa per il culo oppure, volendo essere più magnanimi, un invito a manifestare a breve le mie intenzioni, neanche ce l’avessi io il coltello dalla parte del manico.

Bilancio della giornata: dalle stampe alla conferenza stampa, dalla caprese alle lumache.

Morale: un’escalation di sarcasmo. Amo fare il servitore muto di Zorro in situazioni ufficiali.

Insegnamento del giorno: per essere una caccola e girare come una trottola devo provenire da un bel pezzo di naso.

GIORNO #17

Dato che la classe politica dà il buon esempio, ho deciso che anch’io avrò un V-DAY. E quel day è oggi.

Detesto girarmi i pollici per un’ora su tre totali di lavoro perché nessuno mi fila di pezza ed essere poi chiamata a pranzo per un lavoro urgentissimo di copywriting (quale mirabile lusinga!) che deve andare in stampa da lì a mezz’ora; come se con la fretta addosso le cose venissero meglio.

Odio sta smania di rispondere male sempre e comunque via social anche a chi ti invita al confronto con la massima educazione, con quell’aria di sufficienza di chi ha già capito tutto e deve avere ancora a che fare con te, povero idiota che, invece di stare alla finestra a controllare che stanno a fare gli altri, ti dai da fare in prima persona.

Mi sono rotta le palle di un morto o ferito grave a settimana per le gare di moto, per poi dovermi sorbettare per anni i camioncini della San Carlo con su scritto “Sic sempre nel cuore”, come se uno non avesse deciso deliberatamente di intraprendere un mestiere con cui si gioca con la propria vita. Dover sopportare frasi da bimbiminkia che parlano di angeli su due ruote quando per strada incontro signorine in shorts senza la minima protezione addosso che invece di attaccarsi al conducente si tengono su il bordo del toppino, perché non fosse mai che, una volta stramazzate a terra per un dosso o una manovra improvvisa, il 118 le trovi agonizzanti a tette di fuori.

(Non seguo il calcio perché è uno sport sempre più corrotto; non seguo il motociclismo perché è uno sport sempre più da idioti.)

Non è pensabile che le compagnie telefoniche ti regalino traffico, internet e tra un po’ anche una cesta di frutta se abbandoni la vecchia per la nuova mentre a chi ha lo stesso operatore da più di dieci anni facciano buttare il sangue per avere sta maledetta connessione senza la quale sembra impossibile campare.

Ne ho le palle piene di chi, con tanto di emoticon da captatio benevolentiae, continua a battibeccare su come si dovrebbe fare o scrivere questo o quello portando avanti sterili lotte intestine, come se il mondo della comunicazione:

non fosse in continua evoluzione, come tutto il resto della realtà;

non potesse includere due pensieri diversi ma aventi la stessa dignità invece di ragionare sempre in modalità “o con me o contro di me”;

avesse assolutamente bisogno del proprio, fondamentale contributo ideologico (condito da scatti di piedi, piatti pronti ed hashtag a tutte le ore e chi più ne ha più ne metta e sti grandissimi cazzi non c’ooo metti).

Solo su un argomento non sono disposta a discutere: Raffaella Carrà. Per il resto vivo e lascio vivere… Una volta ogni tanto dovreste provare, così come io ho provato questa magnifica e sanguigna modalità di “confronto”.

Che, non so voi, a me fa solo sentire più di merda che pria.

Bilancio della giornata: sarà probabilmente più interessante quello di domani, quando avrò qualche decina di “amicizie” in meno. Fatto di cui mi accorgerò casualmente tra 6-7 mesi.

Morale: scatologico. Un post come questo ti basta un minuto per pentirti di averlo scritto.

Insegnamento del giorno: non so comportarmi come gli altri, mi dispiace. Non so comportarmi affatto.

GIORNO #16

No, tecnicamente vuol dire solo che non so contare (rispondo alla domanda d’inizio post di ieri).

Agosto ne ha 31, quindi il totale dei giorni diventa dispari e si allunga di uno. Ergo la main promise del blog è farlocca e vi sto vendendo aria fritta, ma questo indipendentemente dalla conta delle giornate.

La crisi mistica sta avendo i suoi sviluppi in negativo, sento che mi sto intorcinando in una nuova involuzione. Che cavolo.

Tutto è iniziato (malamente) stamattina con la richiesta esplicita di taggare nelle immagini della pagina che gestisco altre pagine social con molti contatti: in una parola, spam nudo e crudo. Non mi sono impuntata a mo’ di mulo come mi è capitato in esperienze lavorative precedenti, ho piuttosto temporeggiato e chiesto pacatamente un parere ai più anziani in ufficio circa la pratica, cosicché non solo ho ottenuto il loro consenso a non procedere ma, anzi, sono stati loro a sollevare la situazione con chi di dovere senza che io dovessi sporcarmi le mani (NB: la ragazza in prova è alla sua terza prova, non è proprio la pivellina che ci si potrebbe aspettare).

Per carità, non è una cosa immorale quanto i gattini, però non vedo perché guastare un buon lavoro a livello di contenuti social solo per la smania di arrivare non si sa bene a quale traguardo (che poi l’aumento di visibilità equivarrà all’aumento di conversioni? Io penso proprio di no).

Ritoccato il budget della campagna Facebook – avrò anche evitato lo spam ma evidentemente ormai il vaso di Pandora è stato scoperchiato – mi sono ritrovata di nuovo senza niente da fare. Ho controllato la rassegna stampa ma mi ha preso pochi minuti; mi sono quindi rimessa al lavoro sul progetto di restyling del sito dell’agenzia, che è un po’ difficile da portare avanti dato che la graphic designer è ancora in vacanza.

Per facilitarle il lavoro di decodifica delle mie idee rigorosamente schizzate a penna sulla Moleskine maxi a righe (che è stata adocchiata con stupore ed ilarità, tipo ufo improvvisamente atterrato sulla scrivania) ho aperto Illustrator, ho fatto un bel respiro e mi sono messa giù con la santa pazienza a fare un possibile mock-up del nuovo sito con i passaggi e le sezioni chiave. Ho notato che i miei colleghi passando si soffermavano un secondo di più alle mie spalle, probabilmente incuriositi dall’inedito connubio copy-Adobe (di solito è copy-Word, se sono alla frutta anche copy-Text Edit); non ho dato nessuna spiegazione, ho salvato e stipato tutto in una cartella privata, in modo da poter scegliere quando, come e con chi condividerla (cioè solo la graphic designer e già sarà tanto se non le schizzano gli occhi fuori dalle orbite).

Immagino sia strano per loro che una che ha a che fare con le parole e va in giro con tre agende cartacee sappia smanettare anche con programmi votati alla dea Grafica ma personalmente la considero una forma di sopravvivenza. Un copy non fa sogni di gloria in cui attacca la mattina alle 8 ed esce la sera alle 20 con la mente ancora sommersa di idee, o meglio, può anche capitare ma, in dimensioni territoriali come la mia, al massimo una o due volte al mese; per il resto del tempo sa che potrebbe non avere molto da fare e che quindi potrebbe essere percepito come un peso inutile che grava sul bilancio, perciò è indispensabile che sappia fare anche altro: scontorni, impaginazione, rasterizzazioneCose ipercretine che però tolgono tempo e possono essere affidate alla manovalanza: questa è una strategia. Oppure i social, più vicini al campo della scrittura… Non importa cosa, conta che tu sappia fare qualcos’altro se vuoi restare a galla.

Questo problema le figure più virate alla comunicazione visiva non lo avvertono e – mi permetto di dire – si sforzano pertanto di meno di essere multitasking, perché tanto sanno che il loro è un tipo di lavoro molto richiesto e che difficilmente avranno momenti vuoti. Per questo, quanto ad adattabilità, noi copy da battaglia abbiamo una marcia in più. Questa è la mia impressione.

Il copy è già frutto di una dura selezione naturale e forse è per questo che quando vede un errore dà di matto, perché nei rari casi in cui può dimostrare la propria competenza non gli sembra vero. Ecco perché poi, quando mia sorella mi fa simpaticamente notare un mio errore di battitura in un post della pagina aziendale, ecco che mi prende un colpo. È solo una “a” ma io e te, copy che stai leggendomi, sappiamo benissimo che non è solo una “a”.

Bilancio della giornata*: Non ho imparato cose nuove, ho solo messo a frutto quanto sapevo già. E mi sono guadagnata una serata di lavoro extra (tanto non mi pagano nemmeno quello ordinario) in occasione di questo dannato evento del 30 agosto.

Morale: ME – PREOCCUPARE (da leggere con l’intonazione da Furby)!

Insegnamento del giorno: Ok, le cose non vanno al massimo ma, una volta per tutte, non sei una scema. Convincitene prima che gli altri si convincano del contrario.

*codicillo al bilancio della giornata: Quasi dimenticavo. Mentre io cerco di risollevare le sorti del settore Eventi, nell’ufficio dei grafici presso il quale temporaneamente mi sono accampata si ascolta questa. Così, tanto per dire. Speriamo non rappresenti un allegorico, fosco presagio.

(Se non hai mai sentito la parola “codicillo” vuol dire che non hai mai letto “Piccole Donne crescono”. Che tu sia maledetto.)

GIORNO #15

Ooommioddio. Vuol dire che sono già a metà?

Non pensavo che il tempo volasse così tanto. Presa com’ero da altri impegni non mi sono soffermata lì a pensare ma ecco, la mia capraggine in matematica mi fa almeno rendere conto che 15 è la metà di 30 e che quindi sono al giro di boa. Ma lo fa solo in questo preciso momento, dopo che ho passato metà pomeriggio a pulire la stanza per farmi passare il panico generato dal lavoro.

Che io senta l’esigenza di spolverare e rimettere in ordine la scrivania non è normale, se esistesse sarei una papabile candidata di Sepolti In Casa – Bedroom Edition… Ogni tanto mi capita ma è più un’esigenza esistenziale di mettere un punto ed andare a capo strappando e buttando via solennemente scontrini, post-it e scartoffie varie; stranamente succede sempre a fine agosto (segno che ragiono con una mentalità imprenditoriale, a sua volta segno che dovrei forse aprirmi una dannata partita IVA in questa vita o in un’altra).

Non divago, torno al punto: qual è il problema? Nei giorni scorsi è stato l’avere troppe cose da fare tutte insieme, adesso è l’esatto opposto, ossia avere tempo per pensare alle cose che sarebbero da fare ma che ancora non faccio. Quando la para-capa vuole tenermi aggiornata sui suoi processi mentali mi manda un messaggio-spoiler circa i miei futuri impieghi chiusi dall’immancabile formula “poi ti spiego”; il problema è che ha già ammonticchiato un miliardo di cose da farmi fare in questo non meglio precisato futuro e a me sta prendendo male al pensiero che nulla si stia concretizzando giorno dopo giorno. Temo che verrà portato alla mia attenzione tutto in una sola volta; occhio e croce, quando avremo superato questo evento di portata mondiale fissato a venerdì 30.

In parte la cosa potrebbe giocare a mio favore: resterebbero solo 12 giorni per farmi fare tutto e ci sono buone probabilità che non siano sufficienti, cosa che potrebbe portare in modo piuttosto automatico ad un prolungamento della mia collaborazioneMa a che condizioni? Lo voglio davvero? Mi piacerà?

È giunto il momento di riprendere in mano Swiffer Duster.

 

Bilancio della giornata: ho fatto tutto con calma al lavoro, quasi annoiata perché c’era poco da fare, sono tornata a casa agitata per la possibilità di avere troppe cose da fare. o.O

Morale: boh. Ho una crisi di mezzo mese di prova. La scelta della colonna sonora è praticamente obbligata.

Insegnamento del giorno: meglio avere un miliardo di cose da fare che un miliardo di cose a cui pensare, almeno con un cervello come il mio.

 

GIORNO #14

Di domenica è difficile parlare di lavoro. Difficile ma non impossibile: sono riuscita a programmare un post al giorno anche nel weekend per la pagina dell’evento che seguo per la para-capa e stasera ho beccato la formula giusta (credo sia una combinazione di forma e orario) per ottenere un coinvolgimento maggiore; spero che questo comporti un recupero sensibile anche a livello di insights. Fatto anche un pochino di crm ma tanto ormai quello viene abbastanza naturale.

La festa paesana è finalmente giunta al termine, il maltempo ci ha concesso un’ora di tregua per disputare il torneo in programma, dopodiché tutti a casa. Ho avuto modo nel frattempo di chiacchierare con chi era dietro le quinte insieme a me illustrando le mie idee su come avrebbe dovuto svolgersi il tutto. Ho capito di avere una certa visione d’insieme che talvolta manca anche nelle persone più motivate a portare avanti un progetto, quindi devo assolutamente mettere in luce questo mio tratto distintivo nelle prossime settimane.

Sono riuscita poi a prendere in mano la situazione almeno un paio di volte, ad armarmi di cellulare, pazienza e andare a verificare scalette, testi, fattibilità dell’evento in sé, ecc. Avrei forse dovuto farlo da subito ma sono contenta di aver preso da sola l’iniziativa, quattro giorni fa probabilmente non l’avrei fatto. 

Bilancio della giornata: buono, tra le altre cose ho rimediato un invito alle lezioni di tiro con l’arco e un altro a prendere parte al laboratorio teatrale degli adulti (al momento faccio l’aiuto regista per quello dei ragazzi)! Allora non sono così scarsa come PR!

Morale: alto, il mio stress diminuirà a vista d’occhio… Almeno fino all’evento di venerdì :\

Insegnamento del giorno: dopo la pioggia viene sempre il sereno (no, non è la frase da diarietto di un’adolescente, quella era tratta da Il Corvo).

 

insegnamento del giorno

GIORNO #13

Facciamo che prendo tutto come un’esperienza formativa, dai, alla stregua degli stage non retribuiti. Prendere il cazziatone dal sound service, sentire la delusione palpabile nell’aria da parte degli organizzatori, osservare le solite piccole (ma sarebbe da scriverlo cubitale, PICCOLE) dinamiche che rendono il mio il paesetto di provincia quale è – e non un piccolo paradiso turistico quale potrebbe essere – che emergono anche in eventi che dovrebbero essere dedicati al pubblico e non ai suoi stessi 3 o 4 capiscioni (il termine è intraducibile dalla lingua madre, I’m sorry) per fargliela cantare e suonare da soli.

Servirà perché tra una settimana avrò a che fare con l’allestimento dell’evento di cui sto curando la parte social per l’agenzia dall’inizio del mio mese di prova e non ho la più pallida idea di come potrà andare. Tutto ciò che è pubbliche relazioni mi spaventa, non lo ritengo alla mia portata; a dispetto del mio carattere fumantino nelle occasioni pubbliche divento paradossalmente molto pacata e faccio fatica ad impormi nel tentativo di imbrigliare la mia parte istintiva: quella che mi porta a reagire alle provocazioni, a fregarmente dei protocolli e ad alzare la voce, proprio come tutte le persone che non sanno fisicamente dominare lo spazio che le circonda (leggi: sono basse).

La scrittura creativa mi offre il filtro del computer per soppesare attentamente ogni parola e, al massimo, spegnere sul nascere qualsiasi interpretazione fuorviante del tono di voce con una emoticon (ma non sul modello “sei una frustrata ;)” come piace fare a qualcuno, quello serve solo a rimangiarsi in modo meschino un insulto pronunciato col cuore). Adattarmi a vivere in prima persona, dal vivo, gli eventi, è per me molto difficile ma non per questo vengo meno: anzi, la parola data per me è pietra, quindi resto ferma nel mio ruolo dall’inizio alla fine, qualunque cosa accada.

Stasera è successo esattamente questo. Quando ho capito che tutto sarebbe andato a rotoli, quando anche chi aveva il microfono per parlare e tentare di stabilire un contatto empatico con il pubblico ha fatto marcia indietro, quando mi è stato intimato di fornire per domani una scaletta che nemmeno io conosco se voglio che la giornata si svolga senza boicottaggi dell’ultimo minuto, quando sono fisicamente rimasta da sola nella prima linea della regia con i commenti del pubblico alle spalle e tutta la schiera di figuranti di fronte ho capito una cosa: che nel fiasco si è soli.

Inutile guardarsi intorno, cercare un capro espiatorio per l’ondata di parolacce che avresti in mente, fare giustamente a scaricabarile perché stai già facendo più di quanto ti era stato inizialmente richiesto; devi solo incassare e tenere alta la testa, concentrandoti mentalmente su un punto davanti a te. Per me quel punto è la fine di queste quattro giornate infernali, dopodiché sarò ben lieta di abbandonare tutto, compreso questo paese (era una decisione presa a prescindere, la mia onta da sola non arriverebbe a farmi fare tanto). Mi ributterò nel lavoro sempre più convinta che se sei nato tondo non puoi morire quadrato; se questo concetto andrà bene anche ai miei superiori tanto meglio, perché non ho intenzione di uscire più di tanto dal mio seminato.

Bilancio della giornata: Hai fallito. Fallito fallito fallito fallito… (vedi scena di Elizabethtown qui sotto)

Morale: parliamo di calcio?

Insegnamento del giorno: inspira, espira. E resta fino alla fine, coerente a te stessa, con un bel sorriso stampato in faccia.

 

GIORNO #12

Oggi è la giornata non per eccellenza. Non è semplicemente no – per quello basterebbe un po’ di lunatismo – questa è non perché è piena di cose che non ho fatto o che ho fatto male. Vai col liscio, vai con la lista!

NON ho fatto colazione come si deve. Dopo aver buttato il sangue come carpentiera improvvisata per la festa paesana mi sono rifocillata con una banana, con la conseguenza che stamattina mi sono svegliata con i crampi alle gambe; avevo però poco tempo e NON ho aggiunto altro alla mia razione quotidiana di 4 biscotti. Groan.

NON ho beccato l’uscita giusta dalla superstrada per andare al lavoro, stanca com’ero, così sono uscita a quella dopo e ho fatto la strada interna, perdendo i miei preziosi minuti di vantaggio sul ritardo cronico. Eccheccà.

– Ho creato un profilo Twitter per un evento che già ne aveva un altro, quindi potremmo dire che NON ho controllato bene.

NON ho fatto granché senza la para-capa a impartirmi disposizioni, mi sono sentita A) abbastanza inutile B) depressa perché avrei potuto rimanere a dormire per far dissolvere questo alone di Urlo di Munch che mi gira intorno.

NON riesco a far invertite il trend sulla pagina dell’evento che sto portando avanti (forse perché, ma è solo una mia umilissima opinione, stiamo ribadendo nei post lo stesso concetto da due settimane?) e i dati sono in lieve calo.

NON ho recuperato le energie con un’oretta di sonno pomeridiano, mi hanno tirato giù dal letto per andare ad una riunione riguardante la correttezza dei testi recitati nella suddetta festa fetente con un professore universitario esperto di storia e latino (ahahah, are you kiddin’ me?). Mancavano solo l’antico vaso e due bicchierini di amaro Montenegro.

NON ho persuaso il carabiniere a farmi lasciare la macchina più vicino possibile al luogo dello spettacolo pur indossando una tunica bianca abbastanza trasparente, mi sono quindi arrampicata tra gli olivi con la mia povera Punto e poi mi sono concessa una sfilata da peripatetica sul ciglio della strada. Per un bel pezzo di strada.

NON ho capito perché è così difficile stabilire una scaletta per una serata e poi rispettarla senza apportare variazioni in corso d’opera, ma non fatemi aggiungere altro che ho altre due sere da sorbettarmi.

NON ho menzionato un evento nei saluti finali di oggi e mi sento responsabile di un suo eventuale insuccesso di pubblico. D’altronde capita anche ai migliori, figuriamoci a chi non ne capisce una beneamata.

NON avendo una borsa intonata all’epoca ho dovuto infilare le chiavi della macchina nei mutandoni ascellari della nonna. Questo ha comportato un recupero tortuoso da effettuare con circospezione, al buio e coperta dalla macchina. E proprio sul più bello, quando a furia di arricciare tessuto sono arrivata ad afferrarle, ecco dalla parte inferiore della strada un’auto che accende improvvisamente i fari puntandomeli addosso tipo occhio di bue. Quindi NON sono riuscita ad evitarmi l’ennesima figuraccia. Altro che rievocazione romana, questa è una tragedia greca. 

Come se non bastasse, durante la mattinata in ufficio mi è tornato in mente un motivetto che, ancora non lo sapevo, sarebbe stata la colonna sonora perfetta di tutta la giornata: la base musicale che accompagnava l’uscita del dilettante allo sbaraglio a La Corrida quando beccava i campanacci. Che, tanto per rimanere coerenti al taglio del post, NON sono riuscita a trovare in rete in una versione migliore di questa (al minuto 4:24). Se avete una memoria storica televisiva che copre almeno gli anni ’90 immaginatevela sparata a tutto volume.

Bilancio della giornata: No.

Morale: No.

Insegnamento del giorno: Assolutamente NNNO.

GIORNO #11

Sarò breve, perché sono esausta. Non per il lavoro, quello inizia a prendere una sorta di piega normale (sempre un po’ schizzata ma tutto sommato normale), oggi il maggior sforzo mentale e fisico me l’ha richiesto la festa paesana. Stamattina in ufficio sono riuscita a pubblicare il profilo Linkedin della para-capa condito da tutte quegli ipertecnicismi anglofoni che piacciono a lei; non so se qualcuno capirà mai cosa c’è scritto ma se non altro lei è soddisfatta e, credetemi sulla parola, non è cosa da poco. Anche sul social management ha ricevuto dei piccoli elogi da parte dello staff che cura l’evento su di me, quindi posso dirmi soddisfatta.

Per la festa, invece, ho lavorato altre quattro ore sotto il sole cocente per l’allestimento dello spettacolo serale facendo di tutto, dalla A alla Z, anche perché non c’erano molti altri volontari. Ho cercato invano di mettere in ordine il corteo con gente che mi rideva beatamente in faccia e altra in preda a deliri d’onnipotenza che snocciolava gli ingressi dei figuranti in scena sballando tutti i tempi che avevo calcolato in precedenza coordinandoli con i testi (che ho scritto io). Potrei sbatterlo domani sul primo post della pagina dell’evento (che ho creato io), ma l’infantilità la lascio a quelli con il panzone e i capelli brizzolati, che solo perché indossano una tunica si sentono immediatamente Stocazzo. ‘Na botta de vita!

A fine spettacolo, con i nervi a pezzi e la faccia abbastanza spiritata, accolgo sorridendo il capoccia di turno che si congratula con… La voce narrante, molto intensa (lo era in effetti, era una battaglia persa) e a me mi guarda con uno sguardo da punto interrogativo che non vi sto a dire.

Pensavo, quindi, che evidentemente è questo il mio destino: ricoprire ruoli poliedrici per riuscire nei quali sono costretta a sbattermi oltre le mie normali possibilità per poi restare sistematicamente nell’ombra. Che sia una festa paesana o una pagina social non conta: quel che conta è che, se non è masochistico, non è il lavoro che fa per me.

Bilancio della giornata: estenuante ma alla fine foriera di soddisfazioni.

Morale: Alto. Anzi, proprio SUPERIORE a certe dinamiche. Per il resto ho ritrovato dei miei calzini sporchi nel secchio della spazzatura, ho lasciato sciogliere la cioccolata nella borsa con conseguenti illusioni ottiche poco piacevoli e ho imparato ad usare un trapano avvitatore. Ma sto bene, eh.

Insegnamento del giorno: Oltre alla goduria di aver utilizzato uno strumento così maschio? Mah, potrebbe tranquillamente eclissare tutto il resto. Mentre trapanavo in canottiera, leggings e stivali ho avuto un flash di come qualcuno (qualcuno con una fervida fantasia, ovvio) mi avrà visto mentre lavoravo, incurante delle pose che potrei aver assunto pur di far presto e bene. Poveri noi.

 

GIORNO #10

Cifra tonda; meno male, si inzia a ragionare. Il cambio di decina sembra coincidere con un cambio di rtimo e di tono anche in ufficio, dove quasi mi aprono al primo colpo (senza cioè che spieghi al videocitofono chi sono ma quella è colpa della telecamera troppo alta anche se mi metto in punta di piedi). La giornata, abbastanza schizofrenica dal punto di vista operativo – LinkedIn, Facebook, LinkedIn, rassegna stampa, Facebook, rassegna stampa – è invece molto rilassata dal lato umano: vado per la prima volta in bagno, rimanendoci quasi chiusa dentro ma resistendo all’attacco di panico e catapultandomi fuori con nonchalance, mi stiracchio ripetutamente sulla sedia (che non è più quella scricchiolante in pelle ma una comoda seduta ergonomica ed imbottita, davvero niente male) e mi sposto scivolando qua e là per l’ufficio con la stessa. Controllo anche il telefono un paio di volte. Insomma, sono a casa.

Anche i miei colleghi si danno da fare per mettermi a mio agio: mettono su un po’ di musica, mi sfottono per il mio abbigliamento praticamente autunnale (qualunque sia la mia postazione imperversa sempre una brutta aria condizionata) e per le mie due agende analogiche. Sorrido, rispondo per le rime; mi sento ancora un po’ legata (come è giusto che sia, altrimenti sarei un’incosciente) ma apprezzo lo sforzo di farmi sentire parte di un gruppo.

C’è anche un rovescio della medaglia, ovvero trovarmi tra le mani 1. il telefono della para-capa che contatta persone perché rispondano a domande che io non solo non ho posto ma nemmeno conosco e 2. una lista di cose da fare che assomiglia all’ultima intervista di David Bowie per il Rolling Stone: 40 parole chiave apparentemente senza un nesso. “Poi ti spiego, tu intanto scrivi”: sento che questo diventerà un ritornello molto familiare per le mie orecchie.

Altro mini-contest lanciato via Facebook, PER ORA sembra essere andato tutto bene. Devo dire che non amo questo modo di creare engagement ma giacché pare funzionare abbastanza non mi va di stare a sindacare.

Resto della giornata dedicato agli affetti e alla festa paesana, in cui in soli 3 giorni ho fatto passi da gigante: sono passata dal non muovere un passo, terrorizzata dai cavalli, ad accarezzare il muso di uno stasera. Continuano ad essere bestioni capaci di stritolarmi ma ho avuto modo di trovarmi a pochi centimetri di distanza da un bel paio di occhioni scuri e devo dire che la carezza mi è venuta abbastanza naturale. Mi ha infuso molta pace, che in vista di quattro giornate infernali tra sveglia al mattino e canti e balli fino a notte fonda non guasta.

Bilancio della giornata: ho iniziato a fare molte cose, finito poche ma mi sono sentita multitasking. E anche vagamente ganza, la mia camicia a righe anni ’80 ha riscosso un discreto successo al lavoro!

Morale: apparentemente alto, alla fine della fiera. Non mi sono nemmeno addormentata sulla tastiera stasera!

Insegnamento del giorno: i piani possono ribaltarsi in un momento. Tanto vale non farli.

 

teamwork

 

 

GIORNO #9

Il secondo giorno è iniziato con almeno una buona notizia: il portatile sembra essere sparito a favore dell’invitante Mac lasciato libero dalla mia para-collega graphic designer in vacanza fino a fine settimana, perciò finché si può posso approfittare di quello. Ho scelto come immagine predefinita un gufo, cosa che ha suscitato la perplessità dei miei compagni di stanza (NB: tra di loro si nasconde il responsabile della suoneria di cui parlavo ieri, questo la dice lunga sul concetto di normalità in vigore nell’ambiente, ma vabè).

La principale attività della mattinata è stata per me quella di mettere a punto dei profili LinkedIn a prova di bomba, uno personale per la para-capa (mi inorgoglisce pensare che abbia già tanta fiducia nelle mie capacità, davvero) e uno aziendale. Mi sono trovata a dover fronteggiare due problemi: la selezione delle esperienze e la giusta nomenclatura riguardo le specializzazioni. Andiamo per ordine.

Selezione delle esperienze

È una strategia che può rendere più appetibile il tuo percorso professionale in termini di coerenza, raccontando in modo ordinato una storia su di te. Già, perché evitando tutto quello che esce dalla traccia del settore a cui ambisci o al quale appartieni non racconti la verità su chi sei; dirò di più: nemmeno su quello che sai fare. È vero, dopo la laurea ho cercato di concentrarmi sul copywriting che coinugava i miei studi universitari alla mia grande passione per la scrittura ma non finisce mica qui. Sono anche scesa nei sotterranei di una biblioteca con un’infarinatura di codice Dewey per trovare il libro che qualcuno desiderava leggere e sono la stessa persona che per delle intere estati ha impartito ripetizioni e confezionato lavoretti da far portare a casa da mamma e papà.

Anche queste sono esperienze che hanno inciso sul mio modo di essere e di relazionarmi agli altri, ma so che c’è chi arriccerebbe il naso pensando a una giovincella poco esperta che preferisce arrabattarsi come può invece che andare a Milano a fare la fame pur di carpire tutti i segreti di questo affascinante lavoro; in ultima analisi, una poco degna di una possibilità. Sono sempre catastrofica nel tirare le mie conclusioni, lo so, ma mi allontano così tanto dal vero, in fondo? Non siamo rette che vanno spedite da un punto A ad un punto B, non capisco perché a fatti dovremmo dimostrare di esserlo. La vita è illogica, le occasioni pure, le scelte di vita concrete (anche quando sono al ribasso rispetto alle nostre reali aspirazioni) non possono permettersi questo lusso.

Nomenclatura delle specializzazioni

Io so fare questo, questo e questo; benissimo, ma come si chiama tendenzialmente la figura professionale che si occupa di queste cose? A volte è difficile collocarsi concettualmente, anche perché cicciano fuori nuove definizioni in continuazione. Ulteriore aggravante è il fatto che, specialmente nel contesto pubblicitario, la terminologia è tutta di derivazione anglosassone: la sfida quindi raddoppia, perché consiste nel trovare prima una sintesi di ciò che si è e poi di tradurla in inglese “perché così è meglio”.

Ma meglio per chi, per l’utente John Smith che scartabella da New York? A chi si rivolgerà un cliente medio per la propria comunicazione? Riuscirà a decifrare quelle due o tre parole straniere e capirà che, a seconda dei casi, sei un tuttofare che si occupa di portare avanti progetti/riesci a creare loghi, carta intestata e 6×3/gestisci pagine aziendali sui social network/ecc.?

Ecco che allora anche quello delle definizioni diventa un falso problema, uno di quelli che ti crei ad hoc con la smania di dividere e catalogare tutto. È anche per l’affermazione di questo pensiero latente, credo, che l’artigianato in molti settori è andato via via perdendosi: perché è analogico, eterogeneo, non facilmente riconducibile a degli standard. Ma questi stessi attributi lo rendono unico, perciò ti sta bene se i pochi che ancora ci investono lo hanno capito e te lo fanno pagare un occhio della testa.

Mi piacerebbe pensare alle mie capacità e al mio lavoro meno come ad una vetrina e più come ad una serie di risposte alle domande di qualcun altro, una sensazione di familiarità e di tepore che significa “ecco in che cosa posso aiutarti”.

Poi mi sono messa ad aggiornare la rassegna stampa ed è finita tutta la mia dose di poesia giornaliera.

Bilancio della giornata: ho le idee abbastanza confuse sui ruoli in pubblicità, più effettuo ricerche per non scrivere cavolate e più penso che prima o poi andremo tutti a finire dallo psicanalista.

Morale: altalenante, abbastanza indecifrabile. Ho appena letto un articolo intitolato “Perché le donne hanno bisogno di denaro proprio” che mi ha dato il colpo di grazia.

Insegnamento del giorno: tu non sei un lavoro, sei la somma delle esperienze che ti hanno portato fino a qui. Nemmeno la somma, sei piuttosto l’insieme delle tue esperienze sommato ad una combinazione assolutamente unica di geni che ti rende l’essere irripetibile che sei (non l’ho presa da Papa Francesco, vado a braccio). Puoi fare il Presidente del Consiglio, la maestra elementare, l’arrotino: non vergognarti mai di ciò che hai fatto, è una spunta in più tra le cose che puoi/sai fare; non pretendere di essere unidimensionale, nessuno ci crederebbe. E se lo sei davvero, peggio per te.

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