GIORNO #20

Sono in ritardo, I’m sorry. Il fatto non è dovuto alle mie colossali botte di sonno serali ma ad un fatto che mi ha indotto ad un’attenta riflessione prima di riempire un’altra schermata di roba a cuor leggero.

Ho ricevuto delle osservazioni circa il taglio di questo blog, sul tipo di informazioni che lascio emergere dai miei racconti tragicomici e dall’idea complessiva che se ne può ricavare.

Per non riportare nomi, cognomi e virgolettati riassumerò le istanze sollevate e cercherò di argomentare una risposta.

A) sembri odiare tutti lì dentro.

Questa è facilmente smontabile. Ricordo di avere scritto esplicitamente in un post giornaliero di un ambiente amichevole e di gente che mi fa sentire parte di una squadra. Che poi il primo giorno in ufficio possa essere stato difficile non è dovuto tanto all’ambiente circostante quanto alla mia agitazione dopo mesi e mesi di disoccupazione; la sfumatura che avrei voluto far passare era questa: il minimo rumore che mi deconcentrava, lo scricchiolìo della sedia che si amplificava a dismisura, la paura di non farcela. Se non è questo che si è evinto chiedo scusa, è evidente che devo ancora migliorare molto nello scrivere.

B) dai del tuo superiore una pessima immagine.

Do del mio superiore un’immagine molto indaffarata, cosa che corrisponde assolutamente alla verità, buon per lui. Il mio tirare in ballo questa persona è dovuto al fatto che, affiancandola in molte attività, le sue decisioni, dalle più programmatiche alle last-minute, condizionano fortemente la mia giornata lavorativa – ed in questo spazio è di questo che parlo. Mi preme mettere in luce un punto in particolare: l’esperienza non è fatta solo di fatti strettamente attinenti alla sfera professionale, è fatta anche di umanità ma se parlassi di quella violerei davvero la privacy di qualcuno; a me preoccupa di più proteggere quell’aspetto.

Dire che il bilancio umano è davvero molto positivo e ricco di stima nei suoi confronti non sembrerebbe una marchetta? Per questo preferisco uno stile sarcastico. Forse sbaglio io nel pensare che, nel leggere questo blog, potrebbe comunque pensare: “cavoli, è una stronza ma non ha paura di dire quello che pensa. Fammela conoscere meglio, magari ha la stoffa per farsi strada.” Quel che è certo è che tutto quello che accade – dal non ricevere un compenso durante il mese di prova al ricoprire mansioni più distanti dal copywriting al comunicare anche al di fuori delle ore canoniche – erano cose a me note dall’inizio e che dall’inizio ho accettato.

Sono una brontolona per natura, quando arriva una novità che mi mette ansia la prima cosa che faccio è brontolare; chi mi conosce lo sa. Questo però non mi porta a fare il mio lavoro con meno impegno del solito e non mi impedisce di provare una certa soddisfazione quando i progetti a cui partecipo vanno bene (come è successo nel caso specifico dell’evento del 30). Allo stesso modo, le perplessità o le divergenze circa qualche attività che mi è richiesta non mi portano in automatico a maturare un’opinione negativa nei confronti della persona. Ma neanche un po’. E anche questo chi mi conosce (e spero che questa persona abbia iniziato a conoscermi) lo sa.

C) sembra tu voglia farti buttare fuori. Sicura che questo lavoro ti piace?

Domanda da un milione di dollari. Il mondo della comunicazione mi piace ma a volte leggo di scontri all’ultimo sangue su argomenti che non reputo di fondamentale importanza per la sopravvivenza del pianeta che mi fanno scattare un campanello d’allarme. Il mio stesso atteggiamento nei confronti del lavoro a volte mi dà da pensare, perché il copywriter più che altri professionisti tende ad identificarsi totalmente con quello che fa (o almeno questa è l’impressione che ho avuto confrontandomi con alcuni “colleghi”).

Non trovo questo atteggiamento salutare a meno che non si intenda sacrificare qualsiasi altra aspirazione (una casa in cui vivere e non solo mangiare/dormire, una famiglia, dei rapporti di qualità con persone che hanno scelto percorsi molto diversi dal mio), pertanto il mio amore arriva sempre fino ad una certa soglia e da lì non si muove. Almeno questo è quanto mi sono imposta nell’accettare questa sfida, in modo da non sentirmi di nuovo una nullità come nei mesi in cui sono rimasta a casa a spedire centinaia di curriculum per quasi ogni tipo di lavoro nel caso in cui non dovesse andare.

Che poi il mio sentimento è sempre di amore-odio… Ma a questo punto credo di dover dire qualcosa in più di me.

Ho avuto, diciamo così, due precedenti “storie d’amore”: la prima era fantastica, stimolante, mi portava a dare più di quanto fosse necessario, mi aveva fatto conoscere un sacco di persone che consideravo ormai una seconda famiglia… Ma piano piano mi sono resa conto che non c’era un progetto comune di vita, che l’altra metà non voleva mettere la testa a posto. Perciò ho sacrificato la passione per una maggiore sicurezza, perché ad amare così c’è il rischio di ritrovarsi dall’oggi al domani con il cuore spezzato (come poi è successo a me e ad altri dopo di me);  il risultato è stato che l’altra metà, sebbene sapesse di non avermi mai dato troppe certezze e di non avere mai dato una concreta possibilità al nostro rapporto, ancora non mi parla.

La seconda è stata molto più concreta, basata su un cammino solido da intraprendere insieme; pochi grilli per la testa e molta praticità. Ma anche meno fantasia, meno improvvisazione, meno amore. Meno tutto, solo la stabilità economica non era in discussione. Non sono mai stata in grado di portare avanti relazioni per interesse e anche in questo caso, dopo quasi un anno di rapporto, ho dovuto interrompere perché i miei nervi stavano cedendo. In questo caso l’altra parte era un tritatutto, si è rifatta in due giorni una nuova vita con una nuova vittima. A casa non hanno capito perché avessi mollato così facilmente, perché non fossi in grado di accettare qualche compromesso in più ma gli attacchi di panico che quell’esperienza mi ha lasciato in eredità mi ricordano ogni volta che le cose importanti nella vita sono altre e appartengono tutte al mondo fuori dalle 4/8 ore.

Non cerco molto, o forse cerco tutto: un amore che mi lasci i miei spazi, che non pretenda da me anche il sangue e che piano piano veda dei presupposti di vita insieme a me per quelle che sono le reciproche possibilità; un rapporto serio, sincero e dove sia possibile dirsi tutto in faccia, dall’inizio. Solo alla fine di questi 30 giorni saprò se l’ho trovato.

Quanto a voi, non so se lo saprete. Il pensiero di poter ferire qualcuno mi preoccupa più del pensiero di non trovare un lavoro… Ma forse mi porterà allo stesso finale incompiuto.

(Un mini-ps: parliamo del blog nel blog, nei social parliamo di me; non abbiate paura. Magari ne esce fuori una discussione utile per tutti. Grazie.)

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