GIORNO #30 (una settimana dopo)

Pensavate mi fossi scordata di voi, eh?

In effetti, un po’ sì. Credevo di avervi lasciato con pensieri di zucchero e cannella, finalmente riconciliata con il mio ego condannato a lavorare per beneficenza e con il mondo e invece ho lasciato tutti con il fiato sospeso (COME NO, FIDATI!) blaterando di un fumoso “domani” di cui poi non ho narrato. Sono stati giorni intensi per i miei nervi e ho preferito dare la precedenza al recupero di me stessa, dei pezzi che mi sono persa per strada da un po’ di tempo a questa parte.

Ci risiamo, questa attacca con la lagna sulle difficoltà della vita: ma chissenefrega, dirà qualche voce nel coro (fuori ci sto già io). Non proprio, voglio scendere un po’ più del solito nel personale per dirvela proprio tutta e, citando la mia insegnante di dizione, non darvi delle risposte ma farvi uscire di qui con nuove domande.

Che c’entra la dizione? Col copywriting, niente. Perché, il trapano? WINDOWS? Problemi??

Andiamo avanti.

Dopo anni di improvvisi mal-di-pancia-ammazza-gente supportati da nessuna evidenza medica, ripetute (e presunte) avvisaglie di infarto risoltesi poi con blande pasticchette alle erbe e millimetri di denti persi grazie ad intense sessioni di bruxismo notturno ho finalmente preso in mano (colta anche lei da episodi di tremarella) la situazione e sono andata da una psicoterapeuta per capirci qualcosa. Abbiamo lungamente parlato del lavoro come centro di tensione negativa, specie per uno spirito naturalmente votato all’autonomia come il mio (parole della dottoressa) e mi ha davvero tolto un quintale di ansia dal groppone percepire la sua empatia su questioni delicate come l’abbandono di un lavoro amato ma poco retribuito e di uno al contrario ben pagato ma che mi stava logorando.

Cose per cui mi sono sentita scema, irresponsabile e schizzinosa, a seconda dei momenti… Ma soprattutto, cose per le quali sono stata severamente giudicata solo da una persona: me stessa. Perché, diciamocelo, intorno possono cantarcela come gli pare ma a quelli come noi se hanno una certa visione non li smuovi di un millimetro!… Almeno fin quando lo stress non arriva ad un punto tale che credi di aver perso la brocca. A quel punto ti tocca andare da un’esperta in materia per farti dire che, no, non hai perso la brocca, ti sei solo tenuta per tanto tempo dentro un nervoso e un senso di colpa enormi che però nessuno ti aveva assegnato e che quindi con un po’ d’impegno non solo puoi tornare la stessa di prima, puoi anche migliorare. Come? Andando avanti, affiancando alla tensione negativa (ineliminabile completamente dalla vita) una tensione positiva.

Detto così sembra l’uovo di Colombo ma quante cose appaiono semplici da fuori?

Ho studiato tanto e a lungo, mi merito un lavoro. Ho una formazione pubblicitaria, lavorerò in agenzia. Lavoro bene, mi pagheranno bene.

Crolli di paradigmi di questo genere, supportati da poche ma buone esperienze ben assestate tra le costole, possono farti maturare una grande sfiducia nei confronti (apparentemente) del mondo circostante e (veramente) di te stessa, portandoti ad adottare un’etichetta per tutte le stagioni della tua vita: quella di fallita.

Falliscono le aziende, non le persone, mi ammonisce periodicamente una persona a me molto cara; col senno di poi posso dire che, in effetti, ha ragione.

Non potevo saltare la premessa filosofica di quanto poi si è verificato.

Annunci

GIORNO #29

Oggi ho preso tante di quelle mazzate a livello emotivo che sarò breve, generica e particolarmente sconclusionata. Paradossalmente c’è da dire che il lavoro si è rivelato la cosa più tranquilla della giornata; domani sarà ancora meglio perché c’è un lavoro creativo alle porte. Creativo nel vero senso del termine, c’è da pensare ad un concept da proporre in fase preliminare ad un cliente: se l’idea passa si passa al graphic design, altrimenti no.

Siamo nel fertile mondo delle idee, delle cose in potenza prima di trasformarsi in atto; è un mondo in cui mi sento a mio agio, perché tutto è apparentemente possibile. Dopo l’ok del cliente subentrano di solito limiti di tempo, di materiali a disposizione… Ancora una volta posso dare il mio contributo tamponando l’emergenza con un’idea di più facile realizzazione.

Questo mi viene bene, trovare soluzioni sintetiche; sarà per la naturale inclinazione a dire tutto con poche parole che anche a livello concettuale cerco di prediligere ragionamenti con il minor numero di passaggi possibile… Non lo so, fatto sta che avrò una piccola scappatoia da una giornata altrimenti piena di scartoffie e social (che dannano l’anima come poche cose al mondo, davvero).

So che in realtà non ho parlato di oggi ma di domani, è solo che certe giornate è meglio saltarle a piè pari per fare spazio a quel che viene dopo. Così come i bilanci, l’umore e gli insegnamenti.

 

GIORNO #28

Sembra impossibile ma sono già passate quattro settimane dalla prima volta che, dopo tempo immemore, ho rimesso la sveglia presto per piantarmi davanti al computer prima da casa e poi dall’ufficio. Quattro settimane in cui ho recuperato, se non un’economia economica, un’utilità sociale che vada oltre lo stendere i panni, preparare il pranzo e fare le pulizie – operazioni importanti anche queste, dalle quali non sono stata esentata completamente nel frattempo (al massimo alleggerita perché passo meno tempo tra le mura di casa).

Quattro settimane in cui ho conosciuto persone, scritto slogan, programmato post, imparato a conoscere nuovi contesti, conquistato la fiducia (almeno una piccola parte) di chi mi ha dato una possibilità, frequentato posti nuovi, stabilito piccole routine, scribacchiato e schizzato mezzi sgorbi sul mio blocco monolitico della conoscenza lavorativa, la Moleskine grande a righe, riso da sola davanti allo schermo per motivi incomprensibili agli altri e piano piano, insieme a loro nonostante la mia naturale incapacità a capire le battute.

Il fatto che il tempo sia letteralmente volato può voler dire due cose:

1. che mi sono divertita – e si sa che quando stai bene il tempo passa più in fretta;

2. che ho imparato a dare meno peso al lavoro e ad inquadrarlo come parte di un disegno generale che è la mia vita.

Sono una super ansiosa e pertanto credo poco nella seconda ipotesi; mi viene più facile credere alla prima perché, vabbè l’orario ridotto, ma  davvero le giornate mi sono passate via con leggerezza, tutto sommato. Certo, lo smessaggiamento folle con la para-capa ogni tanto mi ha disorientato ma col tempo ho imparato a vederlo per quel che è: un tentativo, a volte efficace altre no, di fermare i pensieri che le passano per la testa senza la pretesa che io stia sempre lì a risponderle punto su punto (quella è piuttosto una mia deriva psicopatologica).

Ho imparato a essere un po’ meno misantropa e col tempo conto di diventare anche meno gufo: tutto quello che mi serve è continuare così, a fare quello che faccio possibilmente con le persone con cui lo sto facendo.

Ora ci vorrebbe qualcuno a cui indirizzare la mia letterina… Che ne so, un Babbo Pirella che vive al Copy Nord, che tutto vede e tutto comprende, anche le mie paturnie da stagista-stanca-di-essere-stagista.

Caro Babbo Pirella,

non ti chiedo il posto della vita in una mega agenzia a Milàn: te lo dissi che ero una contadinotta e che sarei rimasta in provincia; come vedi sono stata di parola. Vorrei avere solo la possibilità di tenere accesa una piccola fiammella creativa anche in mezzo alle giornate piene di scartoffie e lavori noiosi da fare con più urgenza. Una piccola oasi di pace tipo canottino gonfiabile che galleggia in un mare d’inchiostro.

Puoi fare questo per me, Babbo Pirella? Infondere un po’ di ottimismo ai miei superiori che dovranno decidere se tenermi in tempi bui come questi e soprattutto a me che tendo sempre a sminuire quelle due cose che so fare, cioè scrivere e… L’altra ancora non l’ho messa bene a fuoco ma non stiamo qua a sindacare?

Grazie tante, comunque vada.

Serena

Anche pensando all’agenzia, adesso che la fine di questa esperienza è alle porte, mi viene da dire lo stesso: comunque vada, grazie tante.

GIORNO #27 (e #26)

Apro il post con l’annuncio di un obiettivo minimo raggiunto: riuscire a programmare i post del weekend venerdì al lavoro. Grande fonte di soddisfazione visto e considerato il tipo di supporto che continua ad accompagnarmi nell’impresa: il caro bradiportatile, che in mia assenza ha ben pensato di andare in blocco costringendo così il legittimo proprietario ad un backup che ha spazzato via il mio utente, con conseguenti collegamenti a cartelle sincronizzate e quant’altro. Ho vagonate di cartelle doppione sparse nella terra di nessuno “Documenti” che non so come farò a selezionare e riordinare ma vabè, si prosegue.

Il bradiportatile però continua a portare avanti atteggiamenti schizofrenici quali l’apertura e la chiusura di programmi  per iniziativa privata. Questi svarioni mi lasciano dei vuoti temporali di durata imprevedibile che, se non altro, mi permettono di socializzare con il resto dell’ufficio. Abbiamo avuto modo di parlare di musica e di sfotterci un po’ l’un l’altro; addirittura ho ricevuto una matita troppo bellina con una bamboccetta piantata su un’estremità (per capire cos’è una bamboccetta, che non tutti parlano lingue demenziali, vedi foto a fine post).

Ooommioddio, ho pensato, adesso piangio, come diceva mia cugina da piccola. La mia commozione è stata accolta con un “ahahahah, che angoscia” che trovo in fondo molto appropriato: NON CI SI PUÒ COMMUOVERE PER UNA MATITA, SERENA. Eppure a me questi gesti danno sempre un gran calore, una sensazione di casa e di appartenenza che poi te la senti tipo rospone in gola ogni volta che devi radunare i tuoi quattro stracci e cambiar bottega.

Questo perché ovviamente [momento violino] la mia testa ha già deciso che non mi confermeranno, che qualcosa non andrà bene, che dovrò venire a patti con le mie aspettative e che dal confronto sarò io ad uscire ammaccata. Sarà forse perché, a quasi quattro anni dalla mia laurea, la cosa più cool da me raggiunta sono state le mensilità del contratto a tempo determinato (molto determinato, 3 mesi dopo 6 di stage) e quindi non mi lascio mai andare a sogni di gloria.

Bilancio delle giornate: ho trascorso una giornata intera senza ricevere sms o chiamate di lavoro, segno che ho fatto bene ciò che dovevo. E questo m’infonde un minimo di serenità in vista dello sprint finale.

Morale: Medio, che è pur sempre qualcosa rispetto al baratro dei gironi scorsi (ho saltato un post, segno nefasto).

Insegnamento dei 2 giorni: con una buona programmazione del lavoro si campa meglio, nonostante il bradiportatile. E quando lui decide di mettersi di traverso, trasforma il limite in opportunità (ho dovuto correggere quest’ultima parola, avevo scritto possortunità. Molto bene, Freud).

 

la matita con la bamboccetta

GIORNO #25

Eccoci. Manca una settimana esatta alla fine del mese di prova e a me sembra ieri che ho iniziato quest’avventura (il conto sballa lievemente rispetto ai canonici 30 giorni perché Agosto ne ha 31). Il giorno X è giovedì 12 settembre e cercherò di arrivarci con calma e professionalità.

Oggi mi sono cimentata con il mio primo lavoro di copywriting puro ideando tre proposte di slogan (quello su cui mi ero arenata nei giorni scorsi): è andata bene, tutti sono rimasti soddisfatti dalle diverse sfumature delle tre headline e io ho conquistato un granellino in più di fiducia in me stessa. Illustrare i processi logici che mi avevano portato alla scelta di una parola piuttosto che di un’altra per creare un insieme polisensoriale o un effetto circolare mi ha fatto davvero sentire bene, almeno per quel poco che è durato.

La priorità ce l’hanno altre attività che non stuzzicano altrettanto la mia immaginazione ma avere la possibilità di prendere una boccata di ossigeno ogni tanto spero che renda il tutto più equilibrato e sopportabile. Del resto so di mio che la scrittura creativa non è un lavoro full time ma che vive alti e bassi continui; tanto vale che mi abitui a tutte quelle cose che stanno nel mezzo e che qualcuno deve pur fare.

Oggi c’è stata anche una piccola riunione, alla quale mi ha fatto piacere partecipare, e prima ancora ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con alcuni colleghi. Insomma, l’apparentemente minaccioso iceberg Serena si sta sciogliendo e rischia di inondare di acqua dolce tutta l’agenzia, come al solito. Mi riprometto e mi ripeto con ostinazione di mantenere le distanze e poi non ce la faccio, perché ci tengo a fare il mio lavoro per bene (anche se tecnicamente ancora non lo è), perché voglio davvero mettermi a disposizione degli altri, perché voglio recuperare in fretta il gap e mettermi in pari, tenere il passo e non costituire una zavorra per un team già affiatato.

Perché ho avuto in dono questa occasione e ho capito che questo è un lavoro che posso fare e che in alcuni tratti ho proprio voglia e piacere di fare. Non per necessità, per passione. Queste conclusioni sono pericolose, specie se giungono in una fase così delicata del percorso ma se non altro l’averle messe nero su bianco mi aiuterà a non perdere la bussola qualora avessi la possibilità di scegliere cosa fare del mio futuro.

Bilancio della giornata: ho creato valore aggiunto, umanamente e professionalmente.

Morale: andante, per usare il lessico della musica classica. La tensione è sempre alta (è un mio marchio di fabbrica) ma perlomeno di tanto in tanto ho questi lampi di luce ad assicurarmi che non sono ancora impazzita del tutto.

Insegnamento del giorno: qualunque lavoro ha parti spiacevoli e sgradevoli. Cerca di usare le prime come motore per affrontare le altre.

 

GIORNO #24

Oggi, con mia somma soddisfazione, ho vissuto una giornata da vero copywriter.

Ho avuto l’opportunità di redigere i contenuti per un sito – è mmmmmeraviglioso avere di fianco una programmatrice che si occupa di tutta la parte rognosa e che ha solo bisogno di testi belli e pronti per il caricamento! – ed il sito riguarda l’evento che già gestisco tramite social, peraltro organizzato in zona; una specie di sistema virtuoso in cui ho la fortuna di capire di che cosa sto parlando da diversi punti di vista e che mi fa quindi comporre in modo più spedito.

Ho usato un verbo forse insolito, comporre, che si addice di più alla poesia o alla musica ma è così che funziona nella mia testa: quando scrivo il filo del discorso disegna traiettorie invisibili che seguo danzando con le mie dita cicciotte sulla tastiera e si alza in automatico il volume di una musica interiore che mi allontana dal resto del mondo e che mi fa concentrare; tutte le volte che non ho raggiunto questo distacco creativo mentalmente l’ho ricreato artificialmente mettendomi le cuffie ma, ora come ora, non so come la pensano in merito.

O meglio, la musica già aleggia indisturbata nell’aria ma è vista come una cosa da grafici, come se la scrittura non fosse anch’essa una forma di creatività. Forse sono io che ho il cervello a compartimenti stagni e riesco a scrivere anche con un sottofondo musicale, magari ad altri dà fastidio… Eppure in alcune riviste vengono citati i brani che ispirano la stesura di ogni pezzo, quindi non sarà solo una cosa comune, farà anche figo. Bah.

In ogni caso mi ha incuriosito notare che il tempo stimato per la scrittura dai miei colleghi è minimo. Non avevo avuto il tempo di ricevere le consegne ed iniziare a documentarmi raccogliendo materiale che già mi avevano chiesto “Fatto qualcosa?”. Sembrava Art Attack. Forse esigo troppo dai miei scritti ma temo molto le penalizzazioni che Google infligge a chi duplica i contenuti, quindi cerco sempre di rielaborare le informazioni in mio possesso.

Altra mini-esperienza frustrante: dover elaborare un paio di slogan per prodotti su cui c’è poco da dire; un classico. In questa occasione ho avvertito più chiaramente il fatto di essere fuori allenamento, perché pur cercando di scovare idee originali scarabocchiando mappe mentali (Pennamontata docet) non mi sono allontanata abbastanza dai campi semantici di riferimento e non sono quindi riuscita a buttare giù frasi “polifoniche”, che avessero al loro interno sinestesie (che mi piacciono tanto), giochi di parole (idem) o perlomeno un andamento circolare.

Domani almeno una delle due dovrà tassativamente prendere forma e la cosa mi preoccupa un po’: è come se, alla prima opportunità utile, io non mi dimostrassi pronta. So però che, a forzare il cervello, questo continuerà a partorire solo cose di una banalità galattica, quindi cercherò di lasciarmi ispirare da qualsiasi altra cosa incontrerò sul mio cammino prima di mettermi alla scrivania (ben poche, almeno quelle che realmente percepisco di prima mattina).

In tutto questo mi sono praticamente dimenticata di scrivere il post giornaliero sulla pagina che gestisco, altro piccolo passo falso rimediato nel pomeriggio senza grandi effetti collaterali che però non deve ripetersi, se voglio che mi siano concesse più frequentemente occasioni per liberare i campi di parole che mi ondeggiano dentro.

Bilancio della giornata: ho fatto il mio lavoro, il mio vero lavoro; non può essere una cattiva giornata.

Morale: buono, sarebbe stato ottimo se fossi stata fulminata da un’idea per quel maledetto slogan che scade domani.

Insegnamento del giorno: più che un vero insegnamento una conferma. La creatività da sola non basta, ci vuole metodo, continuo esercizio e voglia di migliorarsi sempre.

GIORNO #23 (e #22)

Chiedo nuovamente scusa, ho saltato un giorno. In realtà dovreste ringraziarmi perché vi ho risparmiato un post di pessima qualità – con l’umor nero di ieri non avrei saputo fare di meglio.

Insomma, mancano pochi giorni alla fine del mese, una giornata no deve essermi concessa. Se poi combacia con il mio ritorno a Windows la catastrofe è nell’aria.

Ricomincio. Questo lunedì ha segnato il ritorno dell’organico al completo; mi fa piacere umanamente, ovvio, anche se in me aleggia sempre il terrore da novellina di non capire discorsi e battute (cosa per me già complicata) perché riferite ad aneddoti precedenti al mio arrivo, con conseguente pirandelliano straniamento che proprio non mi rende la collega più loquace del reame. Sempre per via della saturazione dell’ufficio il caro Mac della graphic designer è giustamente tornato alla sua legittima proprietaria mentre a me è stato riassegnato il bradiportatile Windows: proprio lui, il mio amico del primo giorno.

Stavolta non c’era la sedia scricchiolante e non ero in ascesi in sala riunioni, quindi mi sono arrangiata ad ironizzare sul mio disagio: avere a che fare con Ctrl piuttosto che con la mia amata mela, guardare inutilmente in alto a destra dello schermo per sapere che ora è, rifilare immagini al volo con Paint invece che con Photoshop e non beccare mezza combinazione di tasti per la scelta rapida mi fa sentire intelligente come una carota e mi fa impiegare 10 volte il tempo che mi occorre normalmente per fare qualsiasi operazione, cosa che da brava Precisetti non sopporto. Anche quando si prende una pausa il Mac è oggettivamente più simpatico di Windows, almeno ti mostra una simpatica rotellina colorata degna dell’ottuplice sentiero invece che quella brutta cosa in bianco e nero che vogliono vendermi come clessidra.

L’unico vantaggio tangibile, questo devo ammetterlo, è essere tornata ad usare il tasto destro del mouse: se sei figo, su quello wireless del Mac lo disattivi (ed evidentemente in ufficio lo sono); a casa però non godo di simili raffinatezze e questo ha fatto sì che nei giorni precedenti lavorassi parecchio di trascinamento icona sulle specifiche applicazioni.

Questo sono in grado di comprenderlo solo oggi, illuminata dalla luce di un nuovo utente creato apposta per me per consentirmi di sincronizzare file e cartelle. E non mi riferisco a Spotify, simpaticoni, anche perché, dopo averlo visto in affanno per tenere aperti insieme Chrome e OpenOffice, credo che il mio amico rischierebbe seriamente l’embolo informatico; la degradazione immediatamente successiva per la sottoscritta sarebbe non una bella macchina da scrivere Olivetti (nel qual caso potrei prendere il bradiportatile deliberatamente a martellate… Metaforicamente parlando, s’intende) ma la semplice carta e penna. Non che la cosa non mi piaccia ma ho già la bellezza di 3 agende – alla faccia dell’ambiente – e vengo già sufficientemente perculata per questo.

Che poi alla fine quello che urta è la transumanza. Iniziare a prendere confidenza con un supporto e poi, quando pensi di averne imparato le magagne ecco che ti riscompaginano tutto e ti spediscono davanti ad un altro coso senza i tuoi file, con decine di sincronizzazioni alle (s)palle che disperdono pezzi di te nel cyberspazio e tanti desktop tristi/antipatici che non fai in tempo a personalizzare. Un mini-trasloco di casa in piena regola, con tutto lo sbattimento che ne deriva.

L’unica filosofia possibile è, appunto, armarsi della calma che dovrebbe sempre accompagnare i cambiamenti, piccoli o grandi. Incartare bene tutto quel che si può e non fare una tragedia se qualcosa si rompe o sembra perso; prima o poi salterà fuori di nuovo. Così come, una volta accettato il fatto di doverci lavorare, oggi insieme al bradiportatile sono riuscita ad impostare una nuova campagna Facebook Ads, fare un po’ di attività social e portare (quasi) a termine il controllo dei quotidiani per la rassegna stampa.

Bilancio della giornata: ho iniziato ad avere un atteggiamento meno razzista verso quel coso, sento di aver gettato le basi per una proficua collaborazione. Che spero essere sempre breve. Invano. Sigh. Vabbè.

Morale: in ripresa, se non altro perché in questo post sono ricomparsi bilancio della giornata, morale e…

Insegnamento del giorno: il tasto destro del mouse è un’imperdibile occasione per utilizzare in modo adeguato il dito medio, soprattutto al lavoro.

GIORNO #21

Sono ancora in pausa di riflessione, consapevole che non c’è una vera e propria riflessione da fare. C’è da decidere se portare a termine la missione o fermarsi. La seconda ipotesi mi spaventa più della prima, perché equivale a dare retta a quelle voci (interiori ed esteriori) che alla fine dei conti mi vogliono sempre passiva rispetto agli eventi, sempre negativa, sempre vittima.

Adesso che cerco di invertire questa tendenza parlando ecco che parlare diventa un pericolo. Non è comico?

Potrei allontanarmi quanto più possibile dalla realtà, astrarre i discorsi fino a renderli a malapena riconoscibili. Ma questo non sarebbe più raccontare un’esperienza, sarebbe raccontare una favola diversa ogni sera – ed il blog non era nato con questo spirito.

Se devo parlare non conosco mezze misure, nemmeno nei confronti di me stessa; non sono un prodotto da vendere, sono una persona che esperisce qualcosa e vuole ragionarci sopra scansando l’alone di santità che viene sempre riservato al lavoro e alle condizioni che lo caratterizzano. L’omertà di chi ha un posto da mantenere la rispetto ma io non sto mantenendo un bel niente. E se nemmeno alla fine del mese avrò guadagnato niente non sarà per un parametro così scemo come la lettura del diario di una stagista. O almeno spero, altrimenti siamo ridotti male.

 

GIORNO #20

Sono in ritardo, I’m sorry. Il fatto non è dovuto alle mie colossali botte di sonno serali ma ad un fatto che mi ha indotto ad un’attenta riflessione prima di riempire un’altra schermata di roba a cuor leggero.

Ho ricevuto delle osservazioni circa il taglio di questo blog, sul tipo di informazioni che lascio emergere dai miei racconti tragicomici e dall’idea complessiva che se ne può ricavare.

Per non riportare nomi, cognomi e virgolettati riassumerò le istanze sollevate e cercherò di argomentare una risposta.

A) sembri odiare tutti lì dentro.

Questa è facilmente smontabile. Ricordo di avere scritto esplicitamente in un post giornaliero di un ambiente amichevole e di gente che mi fa sentire parte di una squadra. Che poi il primo giorno in ufficio possa essere stato difficile non è dovuto tanto all’ambiente circostante quanto alla mia agitazione dopo mesi e mesi di disoccupazione; la sfumatura che avrei voluto far passare era questa: il minimo rumore che mi deconcentrava, lo scricchiolìo della sedia che si amplificava a dismisura, la paura di non farcela. Se non è questo che si è evinto chiedo scusa, è evidente che devo ancora migliorare molto nello scrivere.

B) dai del tuo superiore una pessima immagine.

Do del mio superiore un’immagine molto indaffarata, cosa che corrisponde assolutamente alla verità, buon per lui. Il mio tirare in ballo questa persona è dovuto al fatto che, affiancandola in molte attività, le sue decisioni, dalle più programmatiche alle last-minute, condizionano fortemente la mia giornata lavorativa – ed in questo spazio è di questo che parlo. Mi preme mettere in luce un punto in particolare: l’esperienza non è fatta solo di fatti strettamente attinenti alla sfera professionale, è fatta anche di umanità ma se parlassi di quella violerei davvero la privacy di qualcuno; a me preoccupa di più proteggere quell’aspetto.

Dire che il bilancio umano è davvero molto positivo e ricco di stima nei suoi confronti non sembrerebbe una marchetta? Per questo preferisco uno stile sarcastico. Forse sbaglio io nel pensare che, nel leggere questo blog, potrebbe comunque pensare: “cavoli, è una stronza ma non ha paura di dire quello che pensa. Fammela conoscere meglio, magari ha la stoffa per farsi strada.” Quel che è certo è che tutto quello che accade – dal non ricevere un compenso durante il mese di prova al ricoprire mansioni più distanti dal copywriting al comunicare anche al di fuori delle ore canoniche – erano cose a me note dall’inizio e che dall’inizio ho accettato.

Sono una brontolona per natura, quando arriva una novità che mi mette ansia la prima cosa che faccio è brontolare; chi mi conosce lo sa. Questo però non mi porta a fare il mio lavoro con meno impegno del solito e non mi impedisce di provare una certa soddisfazione quando i progetti a cui partecipo vanno bene (come è successo nel caso specifico dell’evento del 30). Allo stesso modo, le perplessità o le divergenze circa qualche attività che mi è richiesta non mi portano in automatico a maturare un’opinione negativa nei confronti della persona. Ma neanche un po’. E anche questo chi mi conosce (e spero che questa persona abbia iniziato a conoscermi) lo sa.

C) sembra tu voglia farti buttare fuori. Sicura che questo lavoro ti piace?

Domanda da un milione di dollari. Il mondo della comunicazione mi piace ma a volte leggo di scontri all’ultimo sangue su argomenti che non reputo di fondamentale importanza per la sopravvivenza del pianeta che mi fanno scattare un campanello d’allarme. Il mio stesso atteggiamento nei confronti del lavoro a volte mi dà da pensare, perché il copywriter più che altri professionisti tende ad identificarsi totalmente con quello che fa (o almeno questa è l’impressione che ho avuto confrontandomi con alcuni “colleghi”).

Non trovo questo atteggiamento salutare a meno che non si intenda sacrificare qualsiasi altra aspirazione (una casa in cui vivere e non solo mangiare/dormire, una famiglia, dei rapporti di qualità con persone che hanno scelto percorsi molto diversi dal mio), pertanto il mio amore arriva sempre fino ad una certa soglia e da lì non si muove. Almeno questo è quanto mi sono imposta nell’accettare questa sfida, in modo da non sentirmi di nuovo una nullità come nei mesi in cui sono rimasta a casa a spedire centinaia di curriculum per quasi ogni tipo di lavoro nel caso in cui non dovesse andare.

Che poi il mio sentimento è sempre di amore-odio… Ma a questo punto credo di dover dire qualcosa in più di me.

Ho avuto, diciamo così, due precedenti “storie d’amore”: la prima era fantastica, stimolante, mi portava a dare più di quanto fosse necessario, mi aveva fatto conoscere un sacco di persone che consideravo ormai una seconda famiglia… Ma piano piano mi sono resa conto che non c’era un progetto comune di vita, che l’altra metà non voleva mettere la testa a posto. Perciò ho sacrificato la passione per una maggiore sicurezza, perché ad amare così c’è il rischio di ritrovarsi dall’oggi al domani con il cuore spezzato (come poi è successo a me e ad altri dopo di me);  il risultato è stato che l’altra metà, sebbene sapesse di non avermi mai dato troppe certezze e di non avere mai dato una concreta possibilità al nostro rapporto, ancora non mi parla.

La seconda è stata molto più concreta, basata su un cammino solido da intraprendere insieme; pochi grilli per la testa e molta praticità. Ma anche meno fantasia, meno improvvisazione, meno amore. Meno tutto, solo la stabilità economica non era in discussione. Non sono mai stata in grado di portare avanti relazioni per interesse e anche in questo caso, dopo quasi un anno di rapporto, ho dovuto interrompere perché i miei nervi stavano cedendo. In questo caso l’altra parte era un tritatutto, si è rifatta in due giorni una nuova vita con una nuova vittima. A casa non hanno capito perché avessi mollato così facilmente, perché non fossi in grado di accettare qualche compromesso in più ma gli attacchi di panico che quell’esperienza mi ha lasciato in eredità mi ricordano ogni volta che le cose importanti nella vita sono altre e appartengono tutte al mondo fuori dalle 4/8 ore.

Non cerco molto, o forse cerco tutto: un amore che mi lasci i miei spazi, che non pretenda da me anche il sangue e che piano piano veda dei presupposti di vita insieme a me per quelle che sono le reciproche possibilità; un rapporto serio, sincero e dove sia possibile dirsi tutto in faccia, dall’inizio. Solo alla fine di questi 30 giorni saprò se l’ho trovato.

Quanto a voi, non so se lo saprete. Il pensiero di poter ferire qualcuno mi preoccupa più del pensiero di non trovare un lavoro… Ma forse mi porterà allo stesso finale incompiuto.

(Un mini-ps: parliamo del blog nel blog, nei social parliamo di me; non abbiate paura. Magari ne esce fuori una discussione utile per tutti. Grazie.)

GIORNO #19

Dormo prima? No, dormo e basta, scrivo domani, stasera gn’aaa faccio. No vabè, ho un patto con i lettori. Magari rimetto la sveglia tra un’ora. Magari poi non mi sveglio.

Eccomi, pimpante come un fagiano impallinato. Dov’eravamo rimasti? Già, alla succulenta cena a base di escargot rovinata magistralmente dal nefasto annuncio di una giornata lavorativa full time. Vado a dormire con un’ondata paurosa di acido e mi sveglio quattro ore e mezza dopo, fresca come una pisciata di gatto sullo zerbino di casa.

Raccatto i miei quattro stracci e mi catapulto in ufficio, dove la para-capa passerà a prendermi per (de)portarmi ad allestire la location che sarà teatro in serata dell’Evento Più Importante dell’Anno finché notte non mi separi dalle facoltà psicomotorie necessarie a ruzzolare a fondovalle (la location in questione è piuttosto arimpiccata, come si suol dire da queste parti).

Ovviamente in agenzia non c’è nessuno (chi vuoi che ci sia alle 8.30??) ma, AHAHAH, tutto era già stato deciso nella mente di Lei, che aveva segretamente stabilito di prendere soltanto UNA vittima sacrificale lasciando l’altra di vedetta davanti al pc; guardacaso la stronza puntuale sono io e grazie al… la cabala oggi faccio manovalanza. DAI CAZZO!

Armata di una piantina con la disposizione delle sedie e la loro suddivisione in settori mi incammino verso l’area da sistemare e capisco subito che il personale a mia disposizione (ragazzetti autoctoni sottratti all’ozio estivo) non si farà guidare così agevolmente da una gnoma dall’età indefinita per di più conciata come Goku (ma lo sanno ancora chi è o adesso guardano solo NarutoCazzuto? Oppure, peggio ancora, a 15-16 anni i cartoni non li guardano affatto?).

La predominanza maschia è tale che anche quel caprone del capo degli operai che montano il palco non appena mi vede esordisce con 2 minuti di urla della serie MA NOOO NON POTETE METTERE LE SEDIE QUI LE COSE NON SI FANNO IN QUESTO MODO IO DEVO PASSARE CON I MEZZI, provocazione alla quale io rispondo prima lanciando via il motivo dello sclero – numero 3 sedie lasciate in mezzo al passo a random in una piazza completamente sgombra – e scandendo poi con una calma inquietante “e se iniziamo così alle 8 e mezza di mattina non ci arriviamo alle 9 di sera”, cosa che placa immediatamente l’iracondo figuro.

La prima ora di lavoro scorre via bene, i ragazzetti sono freschi e si conoscono tra loro, quindi ridendo e scherzando si danno da fare. Io, che nella testa della para-capa dovrei sovrintendere ma in realtà impilo, posiziono, aggancio e pulisco sedie, capito in coppia con il ragazzetto belloccio di turno, che mentre mi spruzza di Vetril la sedia che poi io lustrerò a dovere, inizia a darmi uno spaccato raccapricciante delle nuove generazioni.

Prima di tutto ci tiene a farmi sapere che lui è l’unico del suo gruppo di amici a non avere una moto ma solo un misero scooter oltretutto ereditato da sua sorella, che quindi vive in condizioni disagiate e proibitive rispetto ai suoi coetanei; poi, forse incoraggiato dal fatto che non l’abbia interrotto con un delicato “sta’ zitto e lavora”, mi confida che la sua massima aspirazione scolastica è di non essere rimandato alla fine dell’anno, in modo da ricevere in premio una settimana di vacanza da solo con gli amici a Riccione in un hotel a pensione completa (un po’ come casa sua, dove mangia, dorme e gli lavano i panni, dice). Per il proprio futuro presagisce un’attività imprenditoriale da tipico italiano in California (io gli avevo suggerito un negozietto di tavole da surf, peccato), sogno assolutamente abbordabile in quanto lui è benestante.

Ma può uno sbarbatello definirsi benestante senza che io gli dia un calcio in faccia? Ma che parola è, sei scemo? Ma che cazzo dici a una persona che mò mò manco conosci?

Gli altri nel frattempo diventano irrequieti, vogliono andare in palestra/a scorrazzare in moto/a grattarsi/a morire ammazzati e iniziano ad ignorare le mie direttive o, peggio ancora, a rispondermi male.

Sono una persona garbata, tendo difficilmente a perdere le staffe in pubblico e a dare libero sfogo al lato oscuro del mio carattere ma se c’è una cosa che mi fa partire l’embolo è essere trattata da povera scema. In più la consapevolezza che questi galletti lampadati verranno retribuiti mentre io mi faccio un mazzo tanto e non ho la speranza di vedere il becco di un quattrino mi manda in bestia e dà voce a quelli che in un’altra giornata (o alle prese con ragazzetti più educati, anche) sarebbero stati solo dei rimbrotti a mezza bocca e arrivo a sentirmi dire che io sono lì per comandare, loro per eseguire, che se continuano ad avere qualcosa da ridire ad ogni mio comando farò stabilire i loro compensi in proporzione a come si sono comportati e che, invece di starsi a confrontare i pettorali sarebbe meglio disporre le sedie, GRAZIE. Nel frattempo mi danno anche del lei, particolare che non li aiuta di certo a scalfire la mia leadership.

Dopo 6 ore di lavoro non stop ho il permesso di tornare in ufficio per seguire la consegna dei premi (ingressi omaggio all’evento in questione) assegnati con i piccoli meccanismi di engagement via social nelle settimane precedenti. Si presenta solo un distinto signore che mi ringrazia per averlo spronato a partecipare alla serata grazie alla vincita del biglietto, perché senza di quello la sua pigrizia l’avrebbe portato a restare a casa nonostante il programma fosse di suo gradimento; questo mi ha fatto sentire utile, è come se per un momento il fatto di essere stato selezionato per un mini-regalo avesse dato a quella persona la sensazione di essere speciale. Allora il CRM folle alle 2 di notte non è andato completamente a vuoto. Chissà, probabilmente anche vedere il pubblico seduto in piazza che ascolta rapito le melodie in programma questa sera mi riempirebbe di felicità… Ma essere ingaggiata all’ultimo minuto per fare la hostess no. Quindi me ne sto rintanata in camera mia fino a domattina.

Bilancio della giornata: mi sono occupata di allestimento della location, comunicazione via social e attività di PR nei dintorni della location e in tutti e tre i casi è andata piuttosto bene. Not bad.

Morale: mah, credo alto nonostante lo squattrinamento, il divario generazionale con persone di appena 10 anni in meno di me e la schiena piegata in due manco fossi andata a zappare.

Insegnamento del giorno: se devo, so come comandare e rendere le persone felici (che detta così sembra la bio di una mistress sadomasochista). E il McDrive per la pausa pranzo delle 15.00 è stata una delle migliori intuizioni della giornata.

 

il mio meritatissimo pranzo